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“Non ho mai voluto essere normale” I colori, la moda, i disegni: incontro con Fabrizio Sclavi fotogallery

La redazione di Universi ha incontrato Fabrizio Sclavi, giornalista, artista e disegnatore, personaggio poliedrico e "handicappato con una lunga carriera alle spalle". Ne è nata una vivace e a tratti dissacrante intervista

Universi intervista Fabrizio Sclavi

La redazione di Universi ha incontrato Fabrizio Sclavi, giornalista, artista e disegnatore, personaggio poliedrico e “handicappato con una lunga carriera alle spalle”. Ne è nata una vivace e a tratti dissacrante intervista sulla moda, l’arte e la capacità adi affermarsi nonostante i condizionamenti della disabilità. Sclavi si è costruito una carriera esaltante nel mondo editoriale, della moda e del design: originario di Siena, oggi vive a Rovescala, in Val Tidone al confine tra le province di Pavia e Piacenza e collabora col centro socio riabilitativo residenziale “Emma Serena” di San Nicolò di Rottofreno. Laureato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, ha animato e diretto riviste e pubblicazioni sul mondo della moda: da Mondo Uomo, all’Uomo Vogue, da Amica a Gulliver. Alla redazione di Universi non ha risparmiato aneddoti e riflessioni sulla sua carriera e i viaggi che lo hanno portato in giro per il mondo. E anche sul rapporto di amicizia con Giorgio Armani. Quella che segue è un’intervista tutta da leggere. 

Puoi presentarti?
Sono nato a Siena e non è un dettaglio da poco, perchè la passione per i colori che mi sono portato dietro per tutta la vita dipende dall’ambiente in cui sono nato. Siena è la città del Palio: i colori delle bandiere sono quelli che ho sempre usato, ancora oggi, realizzo disegni di vestiti e altro ispirandomi a quelle tonalità. Vengo da una famiglia di persone che si sono dimostrate coraggiose nei miei confronti, da giovane non avevo la carrozzina anche se camminavo molto male, mi stancavo facilmente e avevo problemi con la vista. Nonostante tutto questo, a 18 anni mi hanno lasciato andare via da casa e sono andato a vivere da solo a Milano. Ho cominciato a frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Brera, che è la più bella accademia del mondo. Allora eravamo una classe di circa 15-20 studenti, mentre ora ce ne sono 1200 circa. Per mantenermi dipingevo cartoline e andavo a venderle in via Montenapoleone: siamo intorno al ’72, un momento magico per la scena culturale con l’arrivo della pop art americana di Andy Warhol, quello è stato il mio momento dei colori.

Quando hai fatto il tuo primo viaggio?
Subito dopo l’accademia, per una serie di combinazioni assurde ho vissuto un anno in Giappone: era venuto un signore dal giornale Vogue in accademia per cercare qualche giovane per rinnovare la rivista. Mi sono presentato all’incontro con dei pantaloni tie-dye, macchiati come quelli degli hippie, ed un giaccone da uomo della marina blu: alla fine mi hanno preso a lavorare come freelance. Un giorno il direttore mi chiese di andare in Giappone per un cliente nuovo, ed io vi giuro che non sapevo dove fosse il Giappone. Quando ho dato la notizia in famiglia sono arrivati tutti al mio cospetto, impauriti che avessi perso la testa! Alla fine sono partito e in Giappone è stata un’altra iniezione di colore e di energia nel fare e creare le cose. Una volta rientrato in Italia, ho abbandonato l’arte e ho iniziato a fare il giornalista, così ho cominciato a scrivere su giornali di moda e sono andato avanti fino al 2010: ho lavorato ancora all’estero, in Francia, in Germania. Dopodiché ho ricominciato a disegnare, o come dico io, a vivere: perché per me il disegno è in assoluto la cosa più importante nella vita.

Universi intervista Fabrizio Sclavi

 

Perchè è così importante disegnare per te?
Perché è qualcosa che fai da solo, nessuno ti deve consigliare, lo fai per te stesso e dipende dal tuo cervello. Ora i disegni li posso fare solo a computer anche se a mano mi piaceva di più: purtroppo ho perso la vista in un occhio tre anni fa per un’emorragia improvvisa; all’altro mi è venuta una maculopatia, che devo continuamente tenere sotto controllo, altrimenti potrei diventare cieco.

Come hai affrontato i problemi di salute nel corso della tua vita?
Io ci sto volentieri in ospedale: da piccolo sono stato costretto a trascorrervi lunghi periodi, se li cumuliamo diventano anni; sono stato ricoverato 22 o 23 volte, e lì avevo tanto tempo per me stesso; mentre gli altri ragazzi andavano a feste o a ragazze, io stavo sempre a casa o in ospedale ed ero contento perché avevo un sacco di tempo per pensare alle mie cose. Avevo un ottimo rapporto con gli altri bambini in reparto: eravamo tutti felicissimi, fino a che non arrivavano le mamme e allora mettevano tutti il muso. A casa mia sono sempre stati molto in gamba nell’affrontare la mia situazione fisica, perché non mi hanno mai messo a confronto con gli altri: non mi hanno mai detto devi camminare meglio, devi sembrare come quello o devi essere più bravo di questo. Una volta, avrò avuto 7 o 8 anni, un’amica disse a mia mamma che voleva far diventare normale suo figlio, allora lei ha avuto una reazione assai brusca nei suoi confronti. Io non ho mai voluto essere come gli altri, ed è un grosso vantaggio non esserlo, perché gli altri sono tutti uguali mentre io e voi non lo siamo. Io ho avuto anche un altro problemino in quanto handicappato: sin da piccolo sono stato sempre molto raffinato, mi piacevano i colori e le cose alla moda e quindi mi davano del gay. Infatti lo sono, ben contento di esserlo. Ora si può dire liberamente, ma credetemi 40 o 50 anni fa non era così semplice parlarne, e anche lì sono stati molto bravi i miei, non mi hanno mai detto niente.

Sei originario di Siena e nonostante tu abbia hai girato tutto il mondo, non hai mai perso l’accento senese?
Sono 24 anni che non metto piede a Siena. Però l’accento è rimasto sempre uguale.

Di che contrada di Siena sei?
Io sono della Lupa, e sarò della Lupa finché non muoio!

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Da dove nasce la tua passione per l’arte ed il colore?
I miei colori vengono dalle contrade di Siena, ricordo fin da piccolo gli sbandieratori per le strade, nel cortile davanti a casa, e poi andavamo a vedere il Palio. Quello era un inno al colore, ma al colore forte, quelli della pop art. Quando sono stato in Giappone ho scoperto come li mescolano in modo diverso da noi. Il mio passaggio dall’arte alla moda è figlio di una combinazione di eventi causati da persone “incoscienti”, come sono io stesso. Flavio Lucchini era il direttore di Vogue a Milano e quando mi ha chiamato a fare il nuovo Vogue era un incosciente: io non sapevo nemmeno cosa fosse la moda, avevo 23 anni, e mi ha mandato a Roma alle sfilate per scegliere i vestiti da fotografare. È stato grazie a persone incoscienti che hanno visto in me la voglia di andare avanti e di fare esperienze. Prima la moda la odiavo, pensavo che fosse una cosa da donne, per questo avevo cominciato a fare l’artista. Poi la moda mi ha attratto sempre più, a metà degli anni ’70 ha iniziato a crescere e a diventare realmente importante. Sono arrivato a fare il direttore nell’81 di Mondo Uomo, dopodiché ho vissuto in Germania, a Monaco, per tutti gli anni ’90. Con i tedeschi avevo un buon rapporto anche se erano abituati solo a colori come marrone, beige e nero. Alla fine dell’89 ricordo che stavo guardando la televisione e ad un certo punto ho visto il muro di Berlino che andava giù, e lì è cambiata la Germania.

Durante la tua carriera hai conosciuto Giorgio Armani, puoi raccontarci qualcosa su di lui?
Io l’ho conosciuto dall’altra parte della barricata perché ero un giornalista e commentavo le sue sfilate. L’ho conosciuto nell’83, quando lui aveva cominciato da poco ad affermarsi. Lo ricordo come un ragazzo bellissimo che aveva paura un po’ di tutto, ma nella sua professione era uno schiacciasassi, con una grande famiglia intorno. Alla fine ha creato un vero impero con migliaia di dipendenti in tutto il mondo, e tutti i posti in cui ha negozi, questi sono di sua proprietà. Ricordo che una volta sono andato ad una sua sfilata con una giacca a fiori colorata, il suo ufficio stampa telefonò al mio editore per avvisarlo: ‘Se mandate ancora Sclavi vestito a quel modo noi non lo accettiamo’. Poi siamo diventati amici, però sempre con un certo controllo l’uno dell’altro. Alla cerimonia al Teatro Municipale di Piacenza per la consegna della laurea honoris causa ero presente, ne ho anche scritto. La sua è una famiglia molto piacentina, si è fatto seppellire qui ed era molto legato alla sua città d’origine. Ha continuato a lavorare fino a tre mesi prima di morire. Una volta lui stesso mi disse: ‘Tu morirai in un giornale, ed io morirò in una sfilata’. Era molto attaccato ai suoi dipendenti, e tutti lo adoravano. Tra l’altro la sua è una delle poche famiglie che ha sempre mantenuto la proprietà il marchio senza mai venderlo.

Che cosa ricordi del tuo soggiorno in Giappone?
Ci sono rimasto un anno per lavorare per un cliente molto importante, eravamo intorno al ’77. L’appuntamento per conoscerlo era in un ristorante a Brera: eravamo io, il mio direttore, il cliente ed il suo assistente. Quando mi offrirono la possibilità di andare in Giappone, io chiesi di portare con me un’amica di Venezia con cui collaboravo per disegnare tessuti. Me lo accordarono ma quando si andò sull’argomento dei compensi a lei venne offerta la metà del mio, in quanto donna. ‘Iniziamo bene’ pensai. Alla fine io e lei decidemmo di fare metà del totale . Quando siamo arrivati a Tokyo, non avevo idea di dove dovessi andare, e ad un certo punto notai uno che ci aspettava in aeroporto con una foto mia nella mano, era il nostro autista che ci portò direttamente in ufficio e poi a ristorante. Ma si verificò un problema: volevano che mi mettessi seduto a terra, come è nei loro costumi. Solo che la mia condizione non me lo consentiva, e allora mi sistemarono con le gambe distese, i miei piedi finivano quasi in bocca alla moglie del mio presidente. A Tokyo mi recai a visitare gallerie d’arte bellissime, ma anche solo i loro ristorantini avevano uno stile incredibile. La cucina mi piaceva tantissimo. Tutte le mattine arrivavo in ufficio alle 8, c’era tutta la gente nell’atrio che ascoltava il resoconto del direttore di come è andato il giorno, e poi dava la sua benedizione. Io pensai: ‘Sono dei pazzi!” All’interno degli uffici bisognava stare scalzi e lasciare le scarpe all’ingresso: io avevo sempre il terrore di avere i calzini bucati. È stata una bella esperienza perché era tutto nuovo: ho visto i primi treni veloci e super tecnologici. Però alla fine fui contento di ritornare a casa mia.

Universi intervista Fabrizio Sclavi

 

Come sei arrivato alla tua residenza attuale a Rovescala?
Io ho avuto un compagno per 30 anni che era di Piacenza, aveva una ditta di trasporti di materiali pericolosi con mezzi che viaggiavano in tutta Europa. L’ho conosciuto a Milano, poi ad un certo punto si è ammalato, abbiamo preso insieme questa casa a Rovescala. Lui è venuto ad abitare fisso lì, mentre io ho continuato a seguire i miei giornali a Milano, andavo a Rovescala solo il sabato e la domenica. Poi ho deciso di trasferirmi anche io, purtroppo è trascorso un anno e il mio compagno è morto. Alla fine sono rimasto qui perché ho i miei tre cani, sono setter inglesi, Luca, Gino e Kimba, ed i miei amici, e poi la Val Tidone è veramente bellissima.

Ha mai conosciuto Valentino?
No, mai. Ho conosciuto tutti gli altri, tra cui Dolce&Gabbana, che proprio di recente hanno deciso la loro separazione, ho mandato loro un messaggio a cui mi hanno risposto subito.

Non pensi di essere un esempio per tante persone disabili perché nonostante la tua condizione sei è riuscito a fare tutto quello che volevi?
Come ho detto, io ho avuto molto più tempo per pensare degli altri, perché non uscivo la sera, non andavo in vacanza: per me fare un viaggio di lavoro era più bello. Tutta la mia vita è stata una vacanza. La mia disabilità quasi nessuno me l’ha fatta notare, eccetto i grandi capi editoriali. Il direttore di un giornale viene ‘venduto’ con il giornale: deve andare a tutte le feste e promuovere il giornale, quel ruolo per me non era possibile da ricoprire, in tutta la parte delle pubbliche relazioni non potevo riuscire.

Hai notato differenze nel modo di trattare i disabili tra l’Italia e gli altri paesi in sei è stato?
Meglio l’Italia. In Germania erano molto più rigidi. Offrono quell’aiuto che secondo me ha una valenza negativa, ti aiutano perché sei disabile, con un che di ghettizzante, così come anche in America. In Italia secondo me è più normale essere disabile, anche a scuola io non ho mai sentito molto il peso di esserlo.

Con quale tecnica ti sei trovato meglio per disegnare?
Ora lo sto facendo solo a computer, perché avendo problemi con la vista, disegnare a mano è diventato troppo complicato. Quando stavo bene facevo tutto a mano, anche dei pannelli grandi, dipingevo i mobili. A casa mia ho una parete piena di mostri dipinti, sono dei collage di cartone ondulato con sopra pezzi di colore, e sono tutte le mie fantasie dei mostri; un’altra stanza è disegnata a righe con il mio simbolo che sono dei pesci che passano sotto e sopra; un mio altro simbolo è la tartaruga. Ora sto lavorando nella mia camera, piena di quadri, dove c’è una tenda grande a tutta parete su cui disegno i miei piedi incrociati. E’ uno dei miei primi disegni e rappresenta quello che è il mio problema. Secondo me se prendi tutto con un po’ di ironia la gente non ha più paura del disabile, bisogna riderci un po’. È brutto quando un disabile rende triste l’altro, se invece riesci a farlo sorridere è bellissimo.

Universi intervista Fabrizio Sclavi

 

Che attività svolgi presso il centro residenziale “Emma Serena” a San Nicolò?
Lo frequento una volta a settimana. Tutti i giovedì mattina verso le dieci arrivo, ci mettiamo tutti intorno ad un tavolo, consegno i disegni che preparo io e gli ospiti colorano. Questo rapporto è nato grazie a una una mia amica che conosceva il centro Emma Serena e mi ha accompagnato lì. Per me è un momento di gioia, con le persone che lo frequentano ci intendiamo davvero bene, mentre in giro in pochi capiscono cosa sia la sensibilità, saper trattare con morbidezza.

Tu sei un “handicappato di lunga carriera” e sei un giornalista, quindi lavori con le parole. In questi decenni è cambiato molto il modo di definire le persone disabili. Quali sono le parole giuste?
Non esiste una parola giusta, perché io penso che siano gli altri diversamente abili, quello giusto sono io. La gente deve imparare a parlare: non puoi dare dell’handicappato a uno solo perché è diverso da te. Noi cerchiamo di creare un mondo che sia a misura delle persone che hanno difficoltà. Però notiamo anche che le persone che hanno incontrato più difficoltà sono anche quelle che hanno fatto più strada.
Perché devi lottare di più, perché lavori più seriamente degli altri e quindi ottieni di più. Io firmo i miei articoli come “handicappato fortunato”, per me è una fortuna essere handicappato. Ho lottato in maniera più scoperta degli altri, l’ho fatto per affermarmi e impormi più degli altri.