“Non possiamo abituarci alla guerra” Chirurgo e scrittore, Contini racconta le vite che non conosciamo
Sierra Leone, Sud Sudan, Afghanistan, Haiti, Mali, Nigeria, Libano, Iraq, sono solo alcuni dei paesi dove ha curato, operato, salvato persone ferite e sconvolte dalle guerre
“Le vite che non conosciamo” sono quelle che Sandro Contini ha incontrato nell’arco dei quattordici anni della sua carriera di chirurgo umanitario in alcuni dei posti più disgraziati del pianeta. Sierra Leone, Sud Sudan, Afghanistan, Haiti, Mali, Nigeria, Libano, Iraq, sono solo alcuni dei paesi dove ha curato, operato, salvato persone ferite e sconvolte dalle guerre e dalla violenza. Prima con Emergency, poi con la Croce Rossa Internazionale e Medici Senza Frontiere.
E’ anche il titolo del libro appena uscito per Edizioni Officine Gutenberg, nel quale le vite sono diventati racconti. Alla soglia degli 80 anni, Contini, nato a Piacenza e per quasi un ventennio professore di Chirurgia all’Università di Parma, ha deciso di ripercorrere con una scrittura essenziale la parte più importante della sua vicenda professionale: attraverso quindici racconti brevi che hanno il potere di rammentarci senza moralismi quanto sia grande la sofferenza in giro per il mondo. E quanto sia importante fare qualcosa: “Perchè se non avessi agito io in quelle circostanze così drammatiche, non lo avrebbe fatto nessuno”.
Sandro Contini è nato nel 1946 davanti al teatro Municipale di Piacenza. “Dopo aver frequentato il liceo Respighi sono andato via dalla mia città – ricorda – quando mi sono iscritto al corso di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma. Da lì non mi sono più mosso per tanto tempo”. “Mi sono specializzato nell’ateneo ducale in chirurgia generale e vascolare, ho fatto anche qualche soggiorno all’estero, un anno Cambridge e poi l’usuale trafila universitaria, prima come contrattista, poi ricercatore, fino professore associato di chirurgia nel 2000. Le missioni all’estero sono iniziate pochi anni dopo, nel 2004; nei primi tempi prendevo un periodo di aspettativa alternando i viaggi all’insegnamento accademico”.
Perchè a un certo punto della tua carriera accademica hai deciso di partire?
“Sono fondamentalmente due le ragioni che mi hanno indotto a questa scelta. Erano quasi 40 anni che lavoravo a Parma, tra ospedale e Università, ed è subentrata una certa insofferenza all’abitudine. La prospettiva era quella di arrivare tranquillamente alla pensione, invece nella mia testa si è fatta avanti un’idea che avevo già da un po’, quella di partire per qualche missione internazionale. Considera che quelli erano gli anni in cui Emergency stava assumendo una grande visibilità, Gino Strada era diventato un personaggio noto, capace di raccontare con grande efficacia e passione il suo lavoro medico sugli scenari di conflitto. C’è stato anche un secondo motivo, la mia situazione familiare avrebbe consentito e anche favorito questo passo, i figli erano diventati grandi e mia moglie era d’accordo e aveva sposato la mia causa. Così andai a Milano per propormi ad Emergency. Avevo prima inviato il mio curriculum e quando mi mandarono a chiamare ricordo che ci fu un colloquio di conoscenza assai approfondito; dopo qualche mese fui arruolato”.
Dove ti hanno proposto di andare nella tua prima missione?
“La prima missione fu in Africa. A Emergency mi dissero che nella loro struttura in Sierra Leone ci sarebbe stato ruolo per me. Non appena arrivai in quel paese martoriato dalla guerra civile, al centro del traffico illegale di diamanti, la domanda mi venne quasi istintiva: ma dove sono capitato? Ero già stato in Nord Africa, ma era la prima volta nella parte subsahariana. Sostanzialmente fui catapultato in un altro mondo. Ero l’unico chirurgo in quella missione e mi trovai a dover assumere responsabilità e fare cose che in Italia nemmeno immaginavo. Ci furono da fronteggiare situazioni cliniche che non erano certo comuni da noi. E anche gli africani si rivelarono molto diversi da come li immaginavo. Rimasi sei mesi ininterrottamente vicino a Freetown, nell’ospedale di Emergency a Goderich, struttura ben attrezzata, allora unica in Sierra Leone, paese poverissimo. Mi presi due volte la malaria e poi ritornai in Italia. Quando rientrai a casa, si affacciò un’altra domanda: ma dove sono tornato? Sei mesi di Africa avevano prodotto un primo cambiamento radicale in me. Vidi come le persone vivevano la malattia, la sofferenza e la morte in maniera completamente diversa da noi, da un’altra prospettiva.
E dopo cosa è successo?
“Negli anni immediatamente successivi tornai ancora in Sierra Leone. Successivamente mi proposero di andare in Afghanistan, tra il 2008 e il 2010. Ed è lì che ho lasciato il mio cuore. Perchè la popolazione di quel paese mi ha conquistato: conobbi persone abituate a una sorta di guerra permanente. Almeno per quarant’anni hanno infatti lottato prima contro l’invasione dei sovietici e poi contro gli occidentali, per non dire delle battaglie intestine. Nonostante questo, gli afghani sono un popolo assai ospitale e con una grande dignità. Sono stato in varie località, nella capitale Kabul, nella valle del Panjshir e infine anche a Lashkar Gah, in zona controllata dai talebani dove ogni giorno si verificavano attentati. Ci sono tornato nel 2011 con la Croce Rossa Internazionale, dove per sei mesi ho operato nel più grande ospedale del sud, a Kandahar. Infine nel 2013, sono stato con Medici Senza Frontiere di nuovo a Lashkar Gah in un altro ospedale. Complessivamente ho trascorso in quel paese un anno e otto e mesi”.
Hai cambiato organizzazione umanitaria di riferimento?
“Sì, nel 2010 ho lasciato Emergency per iniziare missioni con la Croce Rossa Internazionale e poi con Medici Senza Frontiere. Mentre con Emergency operavamo in strutture sanitarie puramente chirurgiche, con MSF ho fatto esperienza anche in teatri non solo di guerra, un esempio è Haiti, dove povertà e violenza sono ancora oggi problemi gravissimi”.
Hai visto situazioni molto diverse, ma tutte segnate dai conflitti.
“Ogni anno andavo via circa sei sette mesi e poi rientravo a Parma per riprendere l’insegnamento accademico. Con questa alternanza sono andato avanti fino al 2010, quando ho raggiunto l’eta della pensione e quindi mi sono dedicato solo alle missioni umanitarie proseguite fino al 2019, con l’ultima a Mosul, in Iraq”.
Possiamo dire che da chirurgo umanitario sei diventato anche un esperto di geopolitica?
“Diciamo che mi sono fatto le mie idee in questi anni di esperienza sul campo in tanti teatri di conflitto nel mondo. Sono stato anche in America Latina, nell’Ecuador, e ho lavorato anche in alcuni ospedali missionari, in Bangladesh e Sud Sudan”.
Perchè a un certo punto hai deciso di scrivere di queste tue esperienze?
“La scrittura mi ha sempre accompagnato negli anni trascorsi in missione all’estero. Succedeva di sera in particolare, spesso ero incazzato per quanto avevo vissuto di giorno, allora scrivevo le mie impressioni, buttavo giù i pensieri in forma di lettera che spedivo con una certa regolarità a un gruppo di amici. Cercavo di raccontare non solo quello che mi accadeva, ma anche i miei stati d’animo nell’affrontare le prove quotidiane. C’era il giorno che ero di umore pessimo, stanco e con la voglia di tornare a casa, ma c’erano anche i momenti di felicità, le soddisfazioni per aver fatto qualcosa. Scrivevo tutto con grande sincerità. Quando sono tornato in Italia gli amici a cui indirizzavo le mail mi hanno suggerito di pubblicare quei testi, così è uscito il mio primo libro di tre anni fa, intitolato ‘Lettere dall’altro mondo, quattordici anni da chirurgo umanitario'”.
Il libro
Poi hai deciso di lavorare a un altro libro?
“In realtà pensavo di smettere. Ma poi è tornata la voglia di scrivere, in questo secondo libro i ricordi hanno preso la forma dei racconti intorno a episodi particolarmente significativi. Mi sono inventato i personaggi narranti di questi aneddoti, assegnando a loro i nomi dei miei colleghi medici, ma in realtà sono sempre io… Sono rimasto ancorato ai momenti più intensi di quelle esperienze in giro per il mondo, così è riemerso il desiderio di fissarli sulla pagina. Devo dire che i quindici anni passati all’estero sono stati i più belli della mia vita. Non che i precedenti quaranta siano da buttare, ma le missioni come chirurgo mi hanno davvero cambiato”.
Come la mettiamo con la nostalgia di quei luoghi, non vorresti tornarci?
“Sì, assolutamente. Tornerei molto volentieri dove ho prestato servizio anche oggi. La Croce Rossa internazionale impone dopo i 70 anni ai propri medici di andare in pensione. Alcuni di questi tuttavia sono stati recuperati, nonostante i limiti d’età superati, negli ultimi tempi. So di colleghi anziani che sono stati mandati a Gaza, perchè c’è un’estrema necessità. Vediamo purtroppo ogni giorno i rischi che si possono correre in un posto come quello. Ritornerei in missione, sì. Ma bisogna anche fare i conti con la realtà: gli anni passano e oggi mi stancherei molto di più. In una della ultime missioni a Mosul eravamo tre chirurghi sui 70 anni, facevamo un mese a testa in ospedale. Ricordo giornate senza un attimo di tregua, coi feriti che arrivavano in continuazione. Ma dopo un mese così eravamo davvero stremati”.
Viviamo in un mondo dove i conflitti si sono moltiplicati, come vedi la situazione internazionale oggi?
“Il mondo è pieno di guerre. Di alcune non frega niente a nessuno. E’ dura da dire, ma è così. Quasi sempre i conflitti sono sobillati, alimentati da precisi interessi economici. Pensiamo alla produzione e alla vendita delle armi, che non mancano mai. Tra le guerre dimenticate posso citarne due: sono stato ad esempio a Goma, nel Nord Kivu, che è costato fino ad ora 5 milioni di morti. Mentre stiamo a parlare in Sud Sudan muoiono di fame. Di fronte a questi scenari, sono assai pessimista perchè non vedo una reale volontà di mettere una fine a queste tragedie. E perchè alla fine ci si abitua a tutto, anche alla guerra. Specie se è lontana dagli occhi.
Ma la tua opera e la tua vita contraddicono questo tuo pessimismo…
“Dalle mie lettere e anche dal libro di racconti che ho scritto talvolta affiora un senso di impotenza, di fronte ai problemi enormi da affrontare. Però non si esaurisce tutto in questo stato d’animo. Il fatto di esserci e di aver operato in quei posti disgraziati del nostro pianeta in certi momenti, ha un valore di per sè. Quante volte mi sono detto: certo, non riusciremo a cambiare il mondo così, ma bisogna guardare le azioni non solo per il loro risultato, anche per il loro significato. Quando ti trovi in certi luoghi del mondo, quando è capitato di dover intervenire in operazioni chirurgiche molto complicate, mi sono chiesto: ce la farò? Ancor prima di trovare la risposta, mi sono reso conto di una cosa molto semplice: se non avessi agito io, non lo avrebbe fatto nessuno. Perchè non c’era nessun altro in grado di farlo”.


